×

Editoriale

In uno spazio buio circondato da impalcature nella vasta galleria superiore del Grand Palais va in scena l’ultima collezione di Yohji Yamamoto e scatta subito l’assonanza stilistica con la costruzione-decostruzione che definisce il lavoro del maestro giapponese. Ma l’indizio più significativo lo fornisce la musica, registrata da Yamamoto stesso e da una collaboratrice, che indica tre temi distinti: “l’anti-genderless, l’anti-pazzo-riscaldamento globale e l’anti-razzismo”. Tre temi in tre atti; il primo gruppo di uscite è una serie di completi, coat extralong e abiti di un’eleganza rilassata, con le gonne sarong e i pantaloni a portafoglio avvolti intorno al corpo. Poi entra in scena la sensualità di capi percorsi da cerniere e cut-out che aprono spiragli sul corpo, mostrando lembi di pelle, mentre gli ultimi look, dedicati all’anti-razzismo, cedono il passo a pennellate di colore su ammassi di volumi extra per terminare con T-shirt su gonne e pantaloni sarong e copricapo a sciarpa-turbante.