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Editoriale

Elettrico, elementare. Atavico. Futuristico. Un nuovo archetipo prende forma e porta il nome di Marni. È un ibrido, un innesto tra esibizione e protezione. È primario nei colori e nelle forme. Le tonalità più intense, bluette lucido, fucsia, rosso, smeraldo, si spalmano su giacche in vinile, rigidi trench, gonne svasate o tubolari. Sono tinte forti, crude. Sono volumi sagomati, segnano la vita, definiscono le spalle. Sono indumenti schietti, dai profili taglienti. Poi cambiano pelle, si fanno morbidi, si plasmano attorno al corpo. Sono lunghe maglie, cappe, ampie mantelle che paiono coperte, abiti come gusci avvolgenti, asimmetrici, drappeggiati. Hanno paillette lucenti e grafiche vivaci, occhi di gatto, rigature, quadri. La mano di Francesco Risso forgia per Marni indumenti ancestrali, per una tribù di donne destinata ad indossare piume come talismani, lunghe corde come cinture, grandi fibbie e metalli circolari al posto delle abbottonature.