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Editoriale

“Perché facciamo vestiti? Questo è abbigliamento maschile ma cos’è che fa gli uomini?”. Filosofico, Virgil Abloh porta in passerella una riflessione sull’umanità che si trasmette in abiti belli da guardare ma con una loro profondità che, in termini stilistici, è data da sovrapposizioni di giacche di varie lunghezze, in cui non è detto che il più corto stia sotto, anzi, avviene spesso il contrario, con il blazer sul soprabito svasato che fa quasi da gonnella o il maxi-piumino smanicato sopra la giacca, il tutto in una stessa tonalità di grigio. I volumi over la fanno da padrone, sia per i capospalla e i top che per i pantaloni, ampi e con il fondo che si divide in due sulla scarpa solida, naturalmente sneaker. Sui capi spiccano molteplici lavorazioni e tecniche lussuose: polsini e fasce trasversali in stile militare a rilievo, motivi semi-trasparenti rococò, pied de poule grafici, stampe di bandiere che raccolgono il patrimonio legato al viaggio del marchio ma anche del designer stesso. E poi la bandiera americana, perché Virgil Abloh confessa che la collezione è anche un omaggio a Michael Jackson, evocato dalle giacche cosparse di perline e dai dettagli militari, che il cantante utilizzava per i propri costumi.