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Editoriale

Le donne di Genny sono dee ghiacciate. Divinità freddissime, oniriche, fiabesche. Pizie di neve, eleganti, lievi, avvolte da strati di organza e chiffon, come onde dei mari del Nord. Sfilano cariatidi di brina, vestite di cristalli e stalattiti. Sono creature eteree, nei loro abiti bianchi, con dettagli gioiello, maniche dalle trame leggere, lunghissimi guanti. Si lasciano avvolgere da morbidi e candidi capospalla. Lentamente la brina si scioglie e i capi si tingono di azzurro, celeste polvere, fiordaliso. Gli abiti fluidi ondeggiano, come spinti dalle correnti. Il tailleur a costine diviene iridescente. Poi le stoffe si scaldano, si fanno rossi i rasi e i drappeggi. Cocenti. Ma solo per un attimo, solo per tornare vorticosamente a congelarsi. Una notte glaciale prende forma sulla passerella, con abiti notturni, oscuri, cosparsi di lustrini. Il biancore dell’alba torna ad illuminare il défilé, portando nuova luce su una collezione artica e poetica.