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Editoriale

Maria Grazia Chiuri lascia le atmosfere contestatrici da Maggio ’68 e immerge Dior nel mondo del balletto, quello concettuale qui coreografato da Sharon Eyal di Tel Aviv e interpretato dalla stessa Eyal e da otto ballerine della sua compagnia. Danza che per Chiuri significa prima di tutto libertà, libertà anche nell’approcciarsi al corpo e, in questo caso, alla silhouette Dior, non più costretta in corpetti e tessuti rigidi ma accarezzata, per la prima volta, dal jersey,  drappeggiato e plissettato in diafani abiti peplo. Altri abiti sono invece realizzati in macramè intrecciato al tulle, altri ancora in stampe floreali rese astratte attraverso il tie-dye o con piume e ricami perlinati. E poi tante maglie, gonne e leggings a rete sovrapposte all’intimo sportivo oppure gonne velate su fuseaux altrettanto velati, fascette nei capelli o cuffiette-baschetto e classiche scarpette da ballerina. I blazer si presentano ridotti, meno strutturati, anche in versione a manica corta simili a camicie, con cinture sottili logate in vita.