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Editoriale

Balze e borchie, linee rigorose e volumi esagerati, sensualità e pudore. David Koma porta sulla passerella una collezione in cui alcune contraddizioni sono perfettamente miscelate. Non tradisce se stesso lo stilista georgiano, cresciuto a San Pietroburgo, specialmente nei tagli e nei dettagli metallici ma si concede un’incursione nella storia lasciandosi ispirare dagli abiti della corte russa degli inizi del 20esimo secolo. Si motivano così le maniche a palloncino, gli alamari presi in prestito dalle uniformi, le delicatissime plissettature, le ruche svolazzanti e i colletti da ultima dei Romanov. Un verde fluoro acido irrompe nella collezione rendendo tutto contemporaneo con la complicità degli spacchi, delle reti, delle fasce e delle righe che attraversano il capo. Il nero è protagonista insieme al bianco, piccola concessione al beige e alla pelle, quella vera del corpo, che si vede attraverso i motivi geometrici e a catena.