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Editoriale

Capita spesso a chi deve interpretare le collezioni di Rei Kawakubo per Comme des Garçons di trovarsi davanti a dei grandi misteri stilistici che le note di sfilata, così metafisiche, non aiutano sempre a chiarire. Eppure l’ultimo lavoro della designer è forse il più aperto e limpido delle ultime stagioni e questo perché sulla passerella vanno in scena le sue riflessioni, ferocemente autocritiche, su se stessa e il proprio lavoro e anche sulla propria creatura, che non è un bambino ma che è come se lo fosse, ovvero il suo marchio, concepito, partorito e dato in pasto al mondo facendolo crescere e proliferare. Non sono quindi un mistero quelle protuberanze imbottite nei primi look, tute nere scintillanti e oversize da cui fuoriescono appunto queste ‘pance’, una aperta a zigzag come fosse un uovo rotto con sotto leggings in fantasia infilati dentro stivaletti a punta. In generale si tratta di rielaborazioni dei classici del marchio: giacche e cappotti peplum, jumpsuit-tuxedo, abiti annodati e drappeggiati che stavolta si aprono verso l’esterno, appunto come pance che scoppiano o uova che si rompono.