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Editoriale

DONNA

Allegoria, dal greco ἀλλή “altro” e ἀγορεύω “parlare”. È proprio un altro parlare quello di Alessandro Michele, un linguaggio denso di simboli, una filosofia nuova, sempre in divenire. È un racconto a molteplici voci, che trova tra le note dello Stabat Mater la sua melodia. Atmosfera lirica, eccentrica, singolare. Tra lettini da sala operatoria e lampade scialitiche, sfilano identità multiple, creature chimeriche, post-umane. Tengono tra le mani le proprie teste clonate, cuccioli di dinosauri, serpenti. Indossano abiti di velluto, bluse fiorite, lunghe gonne ricamate, paramenti sacri. Portano il capo velato, avvolto in turbanti. Velluto, tweed, pelliccia, tulle: Alessandro Michele chirurgicamente taglia e ricompone. A lui appartiene il gesto della sutura, del rammendo. Annoda tradizione e cultura contemporanea, oriente e occidente, visibile e invisibile. Getta un ponte tra i codici, traccia un alfabeto immaginifico, dove metafora e materia possono incontrarsi.

UOMO

Scelta forte quella di ambientare la sfilata intorno a tavoli operatori che sono l’emblema di una moda che aspira ad un’individualità estrema, con il designer che si fa demiurgo/chirurgo, trasformando i propri pazienti in creature ibride iper-decorate e iper-stratificate. Alessandro Michele per Gucci continua il suo percorso avulso da stereotipi, catalogazioni e generi, con uomini o forse individui che se portano il sartoriale lo indossano vintage, in stile ’70 e ’80, con maniche tagliate a mo’ di mantella o con i pantaloni doppiati con il tulle o, ancora, in stile pigiama floreale ma logato NY perché i loghi impazzano. E questa è ancora la normalità; cosa dire quando si aggiungono foulard da contadina russa, passamontagna tagliati a metà, stole clericali, shorts lucidi da boxeur, maglioni infeltriti con le riproduzioni dei manga? Per Michele non è questione di ‘normalità’, come di bello o di brutto. È, semplicemente, l’espressione dei tempi.