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Editoriale

Sacro massimalismo, liturgia dell’opulenza. La sfilata di Dolce & Gabbana è un atto di devozione. Alla moda. Allo stile. Al glamour. Alla sacralità della bellezza femminile. È la cerimonia di luci, paillette, strass, piume, cristalli. Ogni capo è consacrato al lusso dei riflessi. In processione: cappotti con croci bizantine, bomber con ali di piccoli putti, eleganti tailleur clericali, ricami talari, gonne intarsiate, broccati d’altare, paramenti dorati, abiti rossi cardinale, veli neri, cappelli da papessa, Madonne, calici, ex voto, rosari. Angeli sbocciano su capi dall’indole sporty-chic, accanto ad elementi pop, labbra, cuori, corone, fumetti, immagini di piatti, posate, teiere, animalier sfrenati, zebra, giraffa, tigre. Le preghiere sono slogan, maxi stampe, ricami sui miniabiti, su felpe, T-shirt, gonne, ampi pantaloni: Santa Moda, Ora pro nobis, Fashion Sinner, Fashion Devotion. È la vocazione all’esagerazione. È la benedizione dei rasi, di pizzi e velluti. Lode alla moda.