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Editoriale

L’affinità di Sarah Burton per la natura è nota; già sue passate collezioni vi si sono ispirate e questa non è da meno, con il mondo degli insetti usato come metafora dei cambiamenti che una donna affronta nell’arco della vita. Una serie di metamorfosi insomma e, nel finale, un “paradiso trovato piuttosto che perso”. I corpetti sono gli elementi che più aiutano a richiamare l’esoscheletro degli insetti, quindi Burton li usa per costruire gli abiti, dandogli una struttura rigida che si allunga lateralmente con due strisce che ricordano delle zampette o con due volant a mo’ di ali, mentre le gonne restano fluide. Altri abiti hanno invece spalle strutturate, maniche lunghe e cinture-corsetto che stringono la vita, con la cinghia extralong che pende sul davanti, oppure sono incrociati, hanno tagli laterali e sono portati con foulard a tono. Su tutti spiccano intense stampe a farfalla in colori variopinti, che nel finale si arricchiscono di lunghissime frange di seta che comunicano una perfetta idea di movimento e libertà.